Seveso, aborto e legge 194 (n.12)

Comunicato Stampa N. 12

Sono passati trent’anni dal Caso Seveso, dall’incidente al reattore dell’Icmesa e dalla fuoriuscita della nube tossica avvenuta il 10 luglio 1976 in provincia di Milano.
Crediamo che questa sia un’occasione importante per ricordare tutta la verità su questa sofferta vicenda, e per impedire che – a distanza di tanto tempo – le interpretazioni ideologiche e le strumentalizzazioni deformino i fatti.

La prima constatazione: purtroppo, in quel 1976 il caso Seveso è stato usato senza scrupoli dalla lobby che in Italia ha lavorato per la legalizzazione dell’aborto. Così, sulle popolazioni di quella terra, già duramente provate, si è abbattuta una nube ben più tossica e mortale di quella di diossina: la nube del disprezzo per la vita umana non ancora nata. La nube della discriminazione nei confronti dei disabili e di chiunque potesse, eventualmente, avere la colpa di essere diverso, ammalato. Come se il fatto di essere un concepito d’uomo handicappato desse a qualcuno il diritto di disprezzare, di calpestare e di sopprimere la vita umana innocente. La nube del terrorismo psicologico, irrorata senza pietà sulla testa e sul cuore delle mamme di Seveso e dintorni, allo scopo di gettarle nella disperazione. E di convincerle che l’aborto sia, almeno in certi casi, la soluzione. Questa è, sempre, la più grande menzogna consumata sulla pelle del concepito e della donna. Seveso è un caso esemplare di come la cultura della morte si accompagni sempre alla menzogna, alla falsificazione sistematica: dissero che sarebbero nati dei mostri, ma le analisi dimostrarono che non c’era nulla di vero in tutto ciò.

La seconda constatazione: la campagna abortista innescata dal caso Seveso ha prodotto effetti terribili sul senso comune dell’opinione pubblica italiana. Ha rafforzato l’idea che “ci vuole una legge per regolamentare l’aborto”, che “in certi casi l’aborto è doloroso ma necessario”. Solo le robuste radici cristiane della gente di quella terra, la grandezza d’animo di un popolo aggrappato a valori veri, ha impedito che in quei mesi negli ospedali della zona venissero uccisi centinaia di bambini non nati. E’ giusto ricordare l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Colombo, che disse con coraggio ai profeti di sventura:

“se ci sono dei bambini handicappati, dateli a noi, affidateli alle famiglie cristiane, non uccideteli.”

Purtroppo, vi furono egualmente delle vittime innocenti: si calcola che vennero eseguite alcune decine di aborti, autorizzati nonostante fossero in violazione delle leggi allora vigenti. Ma è anche giusto ricordare che vi furono molte donne che fecero fino in fondo – semplicemente – il loro dovere di madri: misero al mondo bambini che secondo la quasi totalità della stampa e della Tv dovevano essere tolti di mezzo “per pietà”. Oggi quei bambini sopravvissuti sono diventati giovani: donne e uomini che testimoniano plasticamente la follia dell’aborto e la straordinaria potenza del “sì alla vita”, sempre.

La terza constatazione: il prodotto più importante di quella campagna abortista è stata la legge 194, approvata nel 1978 e poi confermata dal referendum del 1981. Noi oggi ripetiamo con tutta la forza di cui siamo capaci che la 194 è una legge gravemente ingiusta, che offende i principi dello stato di diritto e che mina alle fondamenta la stessa civiltà democratica. Questa legge infatti consente la eliminazione di un essere umano innocente, con l’impiego delle migliori risorse dello Stato, non per dare la vita, ma per uccidere. Non possiamo dimenticare che il diritto alla vita è un diritto naturale non modificabile dalla volontà parlamentare o popolare. Inoltre, dobbiamo constatare tristemente che una legge simile diseduca un popolo, insinuando in molti la convinzione che ciò che è legale sia automaticamente morale.

Con amarezza e senso di sgomento, oggi ci accorgiamo che ormai sono pochissime le voci di coloro che contestano questa legge, e che ne denunciano la insanabile, intrinseca inaccettabilità.

E’ come se si fosse affermata l’idea che la 194 è una realtà ineluttabile, che nessun evento al mondo potrà togliere di mezzo. Anche fra quanti si battono per il diritto alla vita, prevalgono toni sfumati, strani distinguo, e addirittura la tesi secondo la quale “la legge non va cambiata: basta applicarla in tutte le sue parti”. Dimenticando che è proprio applicando questa legge sciagurata che è stato impedito di nascere a più di 4 milioni e mezzo di italiani. Sono loro, i piccoli cittadini non nati, le vere vittime silenziose del caso-Seveso.
Dunque, noi ribadiamo in questa occasione il giudizio più severo nei confronti della legge 194, e riteniamo che si debba rilanciare nella società italiana una profonda azione culturale per modificare il consenso diffuso che, purtroppo, la legge sull’aborto oggi può vantare.
Questa è la sfida che raccogliamo, e che offriamo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Seveso, 8 luglio 2006

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