Il Comitato Verità e Vita invita alla lettura dell’art. di Maria Luisa Di Pietro (co-presidente dell’associazione Scienza e Vita) e della dottoressa Marina Casini (n.32)

Comunicato Stampa N. 32

Il Comitato Verità e Vita invita alla lettura dell’articolo di Maria Luisa Di Pietro (co-presidente dell’associazione Scienza e Vita) e della dottoressa Marina Casini, studiosa di Bioetica, sul tema dell’aborto. L’articolo è apparso su Avvenire del 13 dicembre 2007.

Maternità, il fallimento della solitudine
Di Maria Luisa Di Pietro e Marina Casini

«Una rivisitazione della legge 194, pur oggi non facile, sarebbe comunque un primo passo. Vanno individuate soluzioni adeguate, senza penalizzare la donna»

Si può relegare la questione dell’aborto alla sola buona applicazione della legge 194/78? La risposta è – a nostro parere – negativa per due ragioni. La prima ragione riguarda l’aborto in sé, che è atto uccisivo di un essere umano nonché causa di gravi ‘ferite’ nella donna e segno della sconfitta di una classe medica e di una società che non si adoperano per la tutela della vita dei più fragili e indifesi. La seconda ragione è nella stessa legge che, legalizzando l’aborto, ha portato al diffondersi di una mentalità di disistima della vita e – nella sua applicazione – alla strutturazione di un vero e proprio ‘diritto all’aborto’.

Sarebbe utile, allora, almeno una rivisitazione della legge 194/78 al fine di rivedere le ‘giustificazioni’ all’aborto, i limiti cronologici e i meccanismi che dovrebbero offrire alternative? È un fatto che va senz’altro preso in considerazione: e, pur consapevoli di quanto tale rivisitazione possa essere attualmente di non facile realizzazione, si tratta comunque di un primo passo. Certo non si risolve la questione ‘aborto’. Ci si limiterebbe a ‘palliare’ il sintomo – la perdita di centinaia di migliaia di embrioni umani eliminati ‘per via legale’, a cui aggiungere gli aborti ‘clandestini’ e i gli aborti ‘nascosti’ –, senza rimuovere i fattori di rischio. E, nel caso dell’aborto, tra i fattori di rischio vi è senza dubbio la mancanza di esercizio di responsabilità. Non ci riferiamo alla donna che, spesso sola e sconvolta, ricorre all’aborto, ma a chi – chiamato a vario titolo a intervenire in senso preventivo – non ha fatto nulla per evitarlo.

È per questa ragione che la rivisitazione della legge 194/78 non deve assolutamente portare alla penalizzazione della donna, ma semmai alla penalizzazione di chi – comodamente trincerato dietro la ipocrita giustificazione dell’esercizio di autonomia della donna – abdica a qualsiasi forma di tutela della stessa e di quel figlio che porta in grembo. Individuare soluzioni adeguate e non ambigue a tutela del diritto alla vita del concepito, significa anche tutelare in modo autentico la maternità. Ciò che è importante è, allora, riflettere seriamente sugli strumenti di tutela del diritto alla vita, capaci di suscitare la collaborazione della madre e del contesto in cui vive. La tutela del diritto alla vita fin dal concepimento appartiene ai fini dell’ordinamento e dovrebbe essere indicato nella legge quale scopo primario esplicito, univoco e chiaro.

Se da un lato, dunque, la legge 194/78 deve essere applicata più correttamente nella parte in cui è possibile individuare una preferenza per la nascita, anche se la gravidanza è difficile o indesiderata, dall’altra non può essere solo questa la via da percorrere se veramente si ha a cuore la difesa del primo tra tutti i diritti – quello alla vita – e un’autentica tutela sociale della maternità.

Il lavoro, brillantemente ed efficacemente svolto in questi trent’anni e più dal volontariato per la vita, è insufficiente a determinare un rinnovamento sociale e culturale nella direzione della difesa della vita e della maternità, ma può essere un modello cui riferirsi per rivedere i compiti dei consultori e delle strutture pubbliche. Allo stesso modo è difficile promuovere la prevenzione ‘remota’ dell’aborto, educando i giovani sia alla percezione del valore della nuova vita che potrebbe essere chiamata all’esistenza, sia al vero significato della paternità e maternità responsabili, in presenza di una legge che favorisce la banalizzazione della sessualità e la negazione dell’umanità del concepito.

È, invece, necessario anche l’impegno pubblico, in particolar modo legislativo. Come ha ricordato nel 2005 il Comitato nazionale per la bioetica,

«la relegazione di una donna nella solitudine, sia essa materiale e morale, dinanzi all’impegno della maternità, costituisce infatti violazione radicale della dignità umana della donna medesima e del figlio, e nel contempo rappresenta il fallimento dei vincoli solidaristici fondamentali per la convivenza civile».

Evitare questo fallimento è un compito affidato anche al legislatore.

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